Cari ragazzi,
mentre rincorriamo i DPCM dell’ultima ora e attuiamo le ordinanze che ci fanno cambiare i programmi ancora prima di iniziarli, tre cristiani hanno consegnato a Dio la loro vita. Erano in una bellissima cattedrale che i nostri padri hanno costruito, pietra su pietra e che voi studiate sui libri di arte. In quella cattedrale che da centinaia di anni ospita le preghiere di chi guarda a Dio come il Signore della vita hanno versato il loro sangue. Decapitati perché pregavano. Solo per quello.

Una nonna, una mamma e un sacrestano ci aiutano a capire che la nostra vita ha senso solo se rispondiamo a questa domanda: “Per chi io vivo?”

Un commento apparso su un giornale francese ci aiuta a capire che dietro le loro vite c’era una sola e grande cosa di cui noi non possiamo fare a meno: la fede in un Dio che può salvare dalla morte.

Sembra di vederla camminare per i vicoli di Nizza zoppicando aggrappata ad una stampella mentre, nonostante il semi lock down francese e l’impazzimento di paura da coronavirus, raggiunge la cattedrale di Notre Dame. Lei, settantenne disabile appartenente alla categoria più fragile (ma spesso più coraggiosa e affidata) degli anziani, aveva pensato che andare a pregare il suo Signore valeva il rischio. A ricordare a noi Occidentali, con l’idolo della salute e del controllo, che c’è qualcosa che vale più della vita. E che c’è un luogo che è più sicuro di ogni dimora. E così, mentre correva il pericolo pur di stare con il suo Dio presente in persona nel tabernacolo, è stata decapitata, ferita con una violenza tale che quanti hanno visto le foto del suo cadavere sono rabbrividiti. Così, andando a cercare salvezza, questa anziana ha trovato la morte.

Un bel paradosso per il mondo che non sa più cosa sia il martirio.

Soprattutto se vicino a lei c’era Simone Barreto Silva una mamma brasiliana quarantaquattrenne residente a Nizza da oltre trent’anni, che si era recata in cattedrale per la Messa, oppure solo per accendere una candela mentre forse si dirigeva al lavoro dopo aver baciato e stretto a sé i suoi tre bambini piccoli che avrebbe atteso di rivedere nel pomeriggio. Con quell’attesa che solo una mamma può provare ogni giorno con un’intensità che stenta a calare a differenza degli altri sentimenti e affetti umani.

Una mamma cristiana come tante che avendo figli in tenera età entra in Chiesa appena le è possibile, portando nel cuore i suoi cari davanti a Gesù o alla Madonna per chiedere protezione. Per chiedere che siano Suoi e per proteggerli.

E che dire poi del sacrestano della cattedrale, un uomo di 54 anni padre di due figlie, descritto dal parroco come una persona che “amava la chiesa dove lavorava. Cercava in continuazione di abbellirla. Era nel pieno dei preparativi per il giorno dei Santi. Lo hanno descritto come un uomo comune e una parrocchiana che “ha aiutato molto il prete che era vecchio. Era molto discreto e molto efficiente. Non parlava molto”.

Sarebbe questa la ricompensa di Gesù a quanti lo servono?

Questa nonna, questa mamma e questo sacrestano sono testimoni della potenza della fede in un Dio che usa la morte per dare la vita eterna in un momento in cui abbiamo lasciato spazio alla mentalità mondana che spera più nella scienza che in Lui. Quella mentalità che ci vuole ingannare ogni giorno dicendoci che di Dio in fondo possiamo fare a meno e che ha fatto sparire dalla predicazione cattolica il sacrificio di sé e la lotta come strada per la salvezza nostra e del mondo.

Pare quasi che a Dio sia bastato che tre semplici cristiani si assumessero un rischio minimo per la loro vita da permettere che gli fosse chiesta tutta. Così, a quell’anziana che andava a cercare conforto Dio ha donato quello infinito. Allo stesso modo Gesù non ha lasciato cadere le preghiere di una mamma facendone una santa martire in cielo per i suoi bambini sofferenti che ha salutato così prima di morire: “Dite ai miei figli che li amo”. Mentre il sacrestano che ha servito per anni la casa di Dio ha raggiunto quella dimora dove non esiste più pena, fatica e pianto e grida al mondo la vittoria di Cristo.

Solo una cosa vale più della vita. La Vita con la V maiuscola.