Cari ragazzi,

avrei voluto iniziare cosi: “Abbiamo vissuto insieme, mercoledì scorso, l’inizio della quaresima”. Purtroppo non è stato così e tutti noi abbiamo trascorso con un po’ di disorientamento la scorsa settimana. “Cose” che si sentono solo da lontano ci hanno toccato, forse per la prima volta, più da vicino e ci hanno fatto capire che quello che diamo per “scontato” (andare all’allenamento di calcio, uscire per andare a scuola, prepararsi per una gita, prendere il treno per Milano), proprio così scontato non è.

Tutto questo ci invita a vivere meglio la quaresima: è un tempo per “cuori forti”, che ci chiede non solo di migliorare la nostra vita, ma di “cambiarla”. Non dobbiamo accontentarci di una vita mediocre, ognuno di noi è chiamato a tornare a Dio “con tutto il cuore”. Come dice san Paolo, questo è “il momento favorevole” per compiere “un cammino di vera conversione” così da affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male. Ci sono offerti quaranta giorni per arrivare con un cuore nuovo a Pasqua perché il Signore non si accontenta di un “restauro” e neppure di “riparare con una pezza”. Lui ha la pretesa di fare nuove tutte le cose, ad iniziare dalla nostra vita. La quaresima è anche il tempo per stare un po’ di più con noi stessi, imparare a fare un po’ di silenzio, capire che mettere ordine in noi è la condizione favorevole per vivere meglio i rapporti con gli altri.

Un buon proposito, valido e concreto, è quello che don Bosco suggeriva ai suoi ragazzi:

non cercate penitenze straordinarie, ma vivete ogni giorno il vostro dovere che è soprattutto, anche se non solo, mettere più impegno nello studio e nel fare i compiti in questo mese di marzo, così importante per l’anno scolastico, avendo “allungato” le vacanze di carnevale.

In questi quaranta giorni preoccupiamoci non solo di non fare il male, impariamo a fare il bene!

Ai tempi di don Bosco, a Valdocco, era scoppiata un’epidemia di colera che in poco tempo si era diffusa soprattutto nei quartieri più poveri di Torino. Tante persone avevano bisogno di tutto: cibo, vestiti, lenzuola pulite. Don Bosco non esitò a ritenere che sia lui, sia i suoi ragazzi avrebbero potuto combattere la diffusione della malattia assistendo coloro che erano stati colpiti. Ma i ragazzi temevano di ammalarsi a loro volta. È commovente sentire cosa scrive don Michele Rua, ai tempi ragazzo dell’oratorio:

“Una sera, nella solita buona notte, dopo avere recitato le preghiere, don Bosco ci assicurò che nessuno di noi sarebbe stato attaccato dalla terribile malattia che fece tanta strage nella città di Torino, specialmente nel quartiere dove abitavamo. Ci pose però la condizione di non commettere peccati e di recitare ogni giorno le preghiere del buon cristiano. E tanta era la sua fiducia in Dio che in quella stessa circostanza ci esortò a prestare soccorso a coloro che sarebbero stati colpiti, assistendoli sia nei lazzaretti sia nelle case private”.

Nessuno dei ragazzi di don Bosco venne colpito dal colera. Certo, diremmo noi, erano altri tempi. O forse avevano solo più fede!

Don Giorgio